09-09-2019 11:45 / 8 c.

Riprendiamo un ottimo articolo del sito ivg.it per parlare di Stefano Bonaccorso, uno dei piu' grandi maestri del nostro settore giovanile che insegna l'arte a tutto il calcio italiano


L’academy della Dea è una garanzia per l’Olimpo del calcio. Il centrale toscano Gianluca Mancini (classe 1996) passato recentemente alla Roma è solo l’ultimo gioiello di un vivaio straordinario, tra calciatori cresciuti nelle giovanili o acquistati in giovanissima età, pressoché inesauribile di talenti. Da Bergamo, quasi ogni anno, sbocciano talenti destinati a grandi squadre e altrettanti successi. Alla base di questo successo una lunga tradizione dettata da passione, bilancio, pianificazione e scouting.

Insomma vi stiamo parlando di una vera e propria fabbrica di campioni edificata dal grande Mino Favini che fino al 2015 ha gestito il settore giovanile . A Zingonia il suo posto è stato preso da Maurizio Costanzi, uno capace di vincere lo Scudetto Primavera col Chievo. Mica roba da niente. Uno Scudetto con l’Atalanta lo ha vinto anche lui, con gli Allievi Nazionali 99. Costanzi è assistito dai coordinatori Giancarlo Finardi e Stefano Bonaccorso, per dirigere più di 315 giovani(ssimi) calciatori, 280 italiani e solo 35 stranieri.

Tutti, senza eccezioni, seguono la cultura del lavoro imposta dal club. In questo articolo vogliamo mettere in luce l’opera di Stefano Bonaccorso, un vero insegnante di calcio. Un uomo di campo, come lui stesso si definisce, che da più di10 anni svolge il ruolo di coordinatore dell’attività di base della società bergamasca, dopo aver fatto tutta la trafila nel club atalantino, iniziando da giovanissimo nella Forza e Costanza, squadra dilettantistica che ricorda con affetto ed emozione. Stefano Bonaccorso ci ha parlato delle caratteristiche che deve avere un buon settore di base e di quelle indispensabili per un allenatore di giovani.

Come è avvenuto il suo passaggio all’Atalanta?
“Sono entrato nella Dea nel 1991 grazie a Raffaello Bonifacio, un’istituzione a Bergamo. Ho incominciato dai Pulcini: di quel gruppo facevano parte Giampaolo Bellini, Alex Pinardi e Ivan Pellizzoli. Poi ho proseguito nelle altre categorie, Esordienti, Giovanissimi, nei quali sono rimasto 10 anni, e Allievi, per 4 stagioni. Quando, nel 2007, il ‘maestro’ha deciso, dopo tanti anni, di diminuire i suoi incarichi, mi è stato offerto di prendere il suo posto come coordinatore”.

Un’esperienza quasi trentennale la sua: in che modo è cambiato il calcio in questi anni?
“Voglio partire trattando il rapporto che la società ha con le famiglie: prima era diretto, mentre ora non più. Inoltre, i genitori accompagnavano i bambini o i ragazzi al campo e stop. Adesso sono molto più presenti. E c’è la figura del pro- curatore… Sono anche mutati gli aspetti sociali e spesso le famiglie portano al campo problematiche extra-calcistiche, che sono proprie anche del bambino. Quindi è indispensabile un’attenzione particolare da parte nostra per quanto concerne questi aspetti. È fondamentale interagire con le famiglie per cercare di risolvere eventuali criticità, nei limiti del possibile”.


Poi…
“Fino a pochi anni fa non si parlava di tecnologia applicata al calcio. Oggi è all’ordine del giorno a qualsiasi livello: grazie a questa, si riesce a dare maggior attenzione alle componenti della prestazione. Di contro, restano immutati quelli che sono gli aspetti cruciali da tener presenti nell’attività di base, vale a dire quelli tecnico-coordinativi ed educativi”.

Che consiglio dare agli istruttori che militano nei vivai

“Il talento è frutto di madre natura e di combinazioni genetiche particolari, tutto il resto è invece frutto del lavoro. Non si gioca solamente coi talenti puri, il giocatore medio serve sempre, ed è proprio sul giocatore medio che si può incidere moltissimo”.

Pare che ormai anche a livello giovanile si guardino sempre di più i risultati.
“E spesso si traggono conclusioni sbagliate: se non vinci, allora vuol dire che stai lavorando male. Ma non è sempre così. Andrebbero fatte considerazioni più approfondite. A noi conforta il numero di giocatori che poi sono diventati professionisti: è quello che conta. Vi faccio un esempio: una delle squadre che a livello giovanile ha vinto di meno è quella dei 77, però poi tanti hanno fatto i calciatori veri”.

Invece l’Atalanta guarda prima di tutto alla crescita dei suoi giocatori. Fin dall’attività di base.
“Noi ci impegniamo a formare giocatori che possano avere un futuro. Nel calcio di oggi dove prevale la forza e la velocità, noi non dimentichiamo il gesto tecnico: lavoriamo molto sul controllo e la tecnica di calcio, due aspetti che riteniamo fondamentali. Il tutto attraverso il gioco”.

Ci sono diverse figure fondamentali nello staff
“Pandolfi, Rebba che è il coordinatore delle squadre dei Pulcini, Silvani responsabile scouting, il responsabile nazionale Scuola Calcio Società Affiliate, Loris Margotto. Queste persone lavorano a tempo pieno per l’Atalanta occupandosi delle mansioni principali: la ricerca e il lavoro sul campo”.

Perché è stata scelta Brentonico come sede dei ritiri estivi giovanili preagonistici?
“L’impianto di Santa Caterina, dotato da pochissimo di un altro campo sintetico ad undici omologato per gare dilettantistiche ed attrezzato con illuminazione a risparmio energetico, è rappresenta la nostra location elettiva per comfort, sicurezza, benessere e vicinanza. Abbiamo puntato l’attenzione su questa sorta di oasi felice molto organizzata e sempre disponibile grazie anche all’amministrazione comunale retta dal sindaco Cristian Perenzoni e, fra gli altri componenti, dall’assessore allo sport Moreno Togni. Per tre settimane fino ad inizio settembre, si alterneranno intere nidiate di future promesse della Dea bergamasca, pulcini e esordienti guidati da un qualificato staff. Allenamenti tecnici al mattino, ed esercitazioni tattiche il pomeriggio comprese le innumerevoli amichevoli tra cui quelle con il quotato Südtirol L’obiettivo è stato raggiunto. L’importante è stato mantenere lo spirito che contraddistingue questa importante tappa formativa; essa è una grande festa di famiglie, bambini e allenatori che si sentono autori e partecipi di un unico grande progetto”.



di Staff




  1. Ciao ..un ragazzo nato in Italia da coppia straniera non lo considero propriamente un extracomunitario o straniero.. o meglio non ha le problematiche e costi dello stesso ragazzo  se preso dal Paese di origine della famiglia..
     


  2. che genitori e procuratori siano il male dei ragazzini ormai è risaputo. Di tutti quelli che provano,giocano anche per anni nelle giovanili delle squadre di A pochi ne vengono fuori ecco perché scuola ed educazione sono basilari. Un piccolo appunto la differenza sostanziale tra Favini ed ora è che si punta sempre di più ad un ragazzo già quasi in età formato e poco agli autoctoni o italiani. Il modello Atalanta è più modello Udinese che Bilbao e questo mi dispiace. E chi dice le scuole calcio sa benissimo che sono uno strumento di profitto .. altissimo .. questo vale per noi come per tutte le società. Non siamo diversi dal sistema


    • Guarda che la parecchi ragazzi "stranieri", di fatto sono nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri. Ad esempio Okoli vive con la famiglia in Veneto, Gyabuaa e Traore in Emilia, Zortea in Trentino. Sono stranieri solo per la mancanza di una normativa in materia. Dopo d'accordo, ci sono i Barrow, Ta Bi e Colley, ma anche i Guth, Heidenreich e Kulusewki


    • Esatto, sempre più spesso si comprano giocatori (quasi) completi dal punto di vista della maturazione (16-17 anni) con la speranza che in dopo 3 anni possano essere già pronti. Se prendi un bambino di 9 anni, devi aspettare 9-10 anni prima che possa essere utile alla prima squadra; se ne prendi uno di 16-17 anni (VEDI kESSIE - BARROW) devi aspettare 3 annni. 


    • 35 stranieri su 315 non mi sembra un numero eccessivo...


      • non sono cosi dentro ai regolamenti e quindi non so' da che eta' possa essere tesserato un extracomunitario essendo un discorso di eta' minorile. Non ha cmq logica in forma di bussiness prendere un ragazzino di 8-11 anni e portarlo in Italia con famiglia annessa e correre il rischio che o venga portato via da club piu' prestigiosi (visto che non esiste possesso del cartellino ) o che sia un buco nell acqua ed hai amntenuto tutti per 8 anni. Prendi a 16/18 anni offri scuola e alloggio se esplode in due anni hai fatto l affare. Poi posso sbaglaire
         


    • Quasi completamente vero,
      però tu non consideri le varie affiliazioni con i settori giovanili di piccole cittadine in tutta Italia, ormai un numero considerevole, ai quali forniamo supporto tecnico, logistico e di indirizzo, per avere in cambio la prelazione sui profili più promettenti.
      Cioè, abbiamo ingrandito di molto la base più bassa e per poterlo fare abbiamo "subappaltato" il primissimo lavoro di scouting e formazione.


  3. Come succede nelle scuole che i genitori delegano e poi non si interessano , mi sembra succeda anche nello sport. La famiglia non sa più educare e tocca alle istituzioni farsi carico di quello che dovrebbe fare lei


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