26/03/2026 | 09.09
15

Il Como vuole fare l'Atalanta, ma nonostante le apparenze i punti in comune sono pari a zero


I lariani hanno «scippato» (per ora) il posto in Europa ai nerazzurri. In realtà, tra le due realtà ci sono soprattutto differenze

Realisticamente, l’ultima di campionato ha sancito la perdita di ogni speranza di riagganciare il quarto posto, mentre Juve e Roma restano ancora a tiro. Considerando la differenza reti bisognerebbe recuperare al Como otto punti in otto partite, ed è obiettivamente quasi impossibile. La conseguenza è che i lariani potrebbero andare a occupare in Europa, per ruolo e caratteristiche, il posto che in questi anni è stato dell’Atalanta. Ma quanto i due modelli sono davvero simili? A parte la configurazione provinciale, praticamente per niente.


Cominciamo dal campo: il Como non fa giocare neanche un italiano. Ora, è vero che anche la Dea ha avuto stagioni gasperiniane fortemente globalizzate, ma in questo momento l’Atalanta è certamente — tra le squadre top — quella con il maggior numero di italiani, molti dei quali giovani usciti dal vivaio: cinque schierati per esempio nell’ultima partita e con Ahanor che diventerà italiano presto. In panchina il Como ha Fabregas, mentre noi contiamo una sfilza di allenatori autoctoni, compresi gli ultimi due (al netto della parentesi Juric).



La questione della nazionalità divide anche l’assetto societario, pur non dimenticando che la proprietà dell’Atalanta è in maggioranza americana. Ma è evidente la differenza di storia, impostazione e progetto tra i due club. Quello nerazzurro nasce da una famiglia geneticamente atalantina e si è costruito negli anni con una strategia globale di radicamento territoriale. Il territorio, per gli indonesiani proprietari del Como, ha invece tutto un altro significato: «lifestyle», come si legge in rete. Da una parte Bergamo, una provincia di cocciuti lavoratori; dall’altra una città «nobile» e ricca, famosa per i divi che affollano le ville lacustri e, talvolta, lo stadio. Riesce difficile immaginare, per esempio, Keira Knightley alla New Balance Arena (purtroppo, lasciatemi dire…). 


A proposito di stadio: la differenza tra il nostro e il Sinigaglia è impietosa. Non solo per la qualità dell’impianto, ma anche per la partecipazione del pubblico. A parità di valore calcistico, domenica col Verona da noi c’era, come spesso capita, il quasi tutto esaurito. Da loro, col Pisa, una curva vuota. Insomma, nonostante le apparenze, non ci potrebbe essere più diversità tra questi due modelli di business sportivo. Che restano però l’indicatore di un fatto socioculturale interessante: la Lombardia come centro del mondo del pallone, sia con le squadre metropolitane che con quelle di provincia.

fonte bergamocorriere.it

By marcodalmen
15 commenti