23/03/2018 | 13.00
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Intanto l’Atalanta

Tutto aveva avuto inizio da una persona che non c’era.
Come spesso accade, sono le assenze, più che le presenze, a presentare il saldo dei conti con la propria vita.

“Oggi non è potuta venire.”

Confesso di aver avuto paura, quando sono arrivato a Belgrado.
Ho avuto paura di incontrare Bilijana.
Ho avuto paura che mi dicesse che adesso stava con qualcuno. O che fosse tornata con il suo ex marito. Oppure che l’ultima volta che ci siamo svegliati assieme nel mio letto d’albergo era veramente stata l’ultimA. Come ci eravamo sempre giurati, ogni volta che me ne andavo da Belgrado, perché dovevamo tornare ad essere fornitore e cliente. Nulla più.
Ma forse ho avuto paura proprio di rimanere di nuovo con lei. A cena nella parte vecchia di Belgrado. In quella vietta nascosta, lontano dai turisti. Poi nella mia camera d’albergo.
Ho avuto paura, perché ogni volta che Bilijana esce dalla mia camera, mi fa sentire solo.
Ormai troppo maturo e troppo solo.
Charo mi è lontana, quando sono via. El Tio mi è lontano, quando non sono alla sua cascina per condividere una partita dell’Atalanta e i fornelli per creare una buona cena Navarra.

“Non è potuta venire. Problema da un cliente.”

Bilijana è la direttrice, ma ha uno staff di ottimi giovani ragazzi. Il contratto l’ho chiuso con loro.
In albergo, tento di guardare la partita di recupero con la juve. Mi riesce male. M’infastidisce guardare le partite contro la juve. Da sempre.
Non le vorrei mai vedere. Poi non resisto a non guardare la mia Atalanta. E mi faccio legare ad un palo, come un modesto Ulisse, per godermi il piacere, quello di vedere l’Atalanta, misto alla disgrazia, quella di vedere anche gli zebrati, i cui aggettivi sarebbero solo da censura.
A cena vado al solito ristorante. Da Miroslav.
Si chiama così l’uomo grassoccio che lo gestisce e che insiste sempre a mettermi in tavola un vino italiano. E io, per ripicca e convinzione, gli ordino sempre un Bermet delle cantine di Sremski Karlovci.
Ci vado a piedi, da Miroslav. Anche se non si trova proprio a due passi.
Devo camminare per smaltire gli acidi che si accumulano dopo ogni partita contro gli uomini del monociglio.
Miroslav mi accoglie con un abbraccio vigoroso, come fa sempre. Un paio di volte l’anno, tant’è la frequenza con cui vengo a Belgrado.
Mentre ceno, cerco di sopprimere il desiderio, la speranza, di veder entrare Bilijana.
Forse, da Miroslav non ci ero andato per la sua stupenda grigliata di carne, o per la Slivovica che produce suo zio da quattro generazioni nella periferia di Novi Sad.
Forse ci ero andato solo perché sapevo che se Bilijana mi avesse cercato, sarebbe venuta lì.
Ho avuto paura che succedesse davvero. Allora ho pensato all’Atalanta.
Penso sempre all’Atalanta, quando il mio morale è sotto minaccia.
Ho parlato di Atalanta, con Miroslav. Gli ho raccontato di Dortmund e della partita di ritorno.
Abbiamo parlato di Ilicic e di Cristante. E della speranza che Radunovic possa diventare quel campioncino che appariva da ragazzino.
In albergo ci torno in taxi.
Le luci fioche di Belgrado che si addormenta mi accompagnano. E il profumo balcanico delle sue vie intime mi concilia con la notte che sta per venire.
Spengo la luce, ma non chiudo le tende. Lascio che la notte beogradjana entri leggera nella mia stanza. Nel mio sonno.
Metto Autumn Leaves di Miles Davis.
Sono solo.
Ma non mi sento solo.
Perché, pensandoci bene, l’Atalanta non è mai un’assenza.
Alla fine, l’Atalanta c’è sempre.
Che vinca o che perda. Anche quando sei lontano. Quando quello che ti sta attorno gira storto. Quando la vita ti presenta il conto.
Allo stadio si dice “noi non ti lasceremo mai sola”.
Ma forse è l’Atalanta a non lasciarmi mai solo.
E’ un approdo sicuro. Che sarà sempre lì. Che non uscirà mai dalla tua vita.
Suona il telefono. E’ già notte.
Bilijana.
Non rispondo.
Lascio suonare.
E il saxofono di Miles Devis torna a riempire il buio della stanza.
Il brevissimo drin di un messaggio.

“Good night. See next time.”

 

Rodrigo Dìaz

By staff
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