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Lettera al sito: “Padri”

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Sono ancora mezzo assonnato, vista la levataccia, quando con il mio amico Diego arrivo in via Spino. Il tempo di abituarmi al freddo della notte, e mi ricompaiono davanti alcune facce amiche di Zanica, che ho lasciato nel 2012: «Cosa fét ché, don?» è la frase stupita con cui ci salutiamo dopo tanto tempo! È bello rivedere vecchi amici atalantini… ma è più comodo farlo sul pullman, che raggiungiamo nel giro di pochi minuti, visto il clima non propriamente estivo. Timido tentativo di riposare lungo il viaggio, ma la tensione da trasferta e lo scambio di qualche chiacchiera rende impossibile il sonno. Arrivati a Malpensa facciamo subito il “check in”. Andiamo dall’incaricata alla distribuzione dei biglietti per lo stadio e sento pronunciare un cognome: “Gollini”. Ebbene sì: è proprio il papà del nostro mitico portierone! Guardandolo non ci sono dubbi: il figlio è la fotografia identica del papà! Pochi minuti dopo ci incontriamo nell’area di imbarco: ci presentiamo e gli faccio i complimenti per avere un figlio così bravo, da ogni punto di vista.

Spuntano le prime luci di un mattino radioso quando finalmente saliamo sulla scaletta dell’aereo che ci porterà a Kharkiv. Dopo aver preso posto nella zona comoda riservata alle uscite di sicurezza e aver sistemato con non poca fatica la cintura (visto il mio peso non troppo “dolce”…), mi preparo al decollo e comincio a far girovagare i miei pensieri per la testa. Con Diego ci siamo detti: «Pensa se succede! A febbraio saremo ancora a San Siro, magari con il Barcellona, mentre gli interTristi saranno a rosicare per l’Europa League “raggiunta”. Che sodisfasiù!». Ci crediamo fermamente, altrimenti non saremmo nemmeno partiti (a proposito: grazie signora Anna!!!).

Seduto al mio posto, penso ai miei parrocchiani che sono a casa e a quello che diranno del loro parroco, partito ancora una volta per una trasferta con la Dea… So che mi vogliono proprio bene e mi perdoneranno anche questa: dopo Zagabria e le tre a San Siro (con un crescendo di emozioni impressionante), ho colto al volo l’occasione di questa ultima (?) trasferta in Champions League. E mi viene in mente lui: un prete fantastico e umile, che di nome fa don Ubaldo, è un giovane di soli 80 anni e mi ha sostituito con gioia tutte le volte che gli ho chiesto di celebrare la messa al mio posto, perché “dovevo” andare all’Atalanta in Champions… Ci siamo conosciuti giusto 30 anni fa: lui faceva il parroco a Presezzo ed io ero un giovane ventenne, all’inizio dell’ultimo tratto di percorso per diventare prete. Uno di coloro che mi sono stati “secondi padri” nel mio cammino di vita, e a cui devo molto.  

Arrivati a Kharkiv, dopo aver ringraziato il buon Dio di non essere finiti a Kiev causa nebbia, come chi è partito martedì, veniamo fatti salire su pullman “quasi nuovi” (per usare un eufemismo) e in breve tempo raggiungiamo il centro città. Guardandomi in giro mi rendo conto che la carovana è fatta per la stragrande maggioranza di miei coetanei, maschi sulla cinquantina (e oltre): tanti con moglie e figli rimasti a casa. Padri. Appassionati come me e Diego di Atalanta. Fortunatamente qualche bella signor(in)a allieta la comitiva! Basta poco per conoscersi, per dire che sono “il don”, sorprendendosi a 2.500 km da casa di conoscersi attraverso amici “don” e amici degli amici… Insomma, la grande famiglia Atalanta che si costituisce come per miracolo durante queste trasferte!

La giornata passa visitando la città, che sembra decisamente più bella la sera, quando si riempie di luci colorate. Meravigliose le cattedrali ortodosse che abbiamo visitato e che mi hanno aiutato a pensare a “quel” Padre… La sera scende presto a Karkiv: sono solo le 15.30 ma fa già buio. Il tempo di sorseggiare un tè, di scambiare qualche messaggio, ed è giunta l’ora della partenza, direzione stadio. Accoglienza stile “non siamo in guerra ma quasi”, tripla perquisizione all’ingresso, vin brulè per riprendersi dallo shock termico… e su per gli scalini. Adesso ci siamo veramente.

Solo una mezz’ora di attesa, provando a riscaldarsi, e finalmente vedi i nostri eroi calcare il bellissimo prato dello stadio. Per un momento mi viene in mente come gli undici che sono in campo potrebbero essere quasi tutti miei figli (tranne il Papu… che potrebbe essere mio fratello più piccolo. Beninteso: detto senza alcuna ironia). Guidati da quel padre straordinario che è il Gasp. Figli che ripongono fiducia assoluta in questo maestro e condottiero. Che per l’ennesima volta non ha avuto timore a dire che chi vuole fare il figlio testardo e protagonista “non è da Atalanta”: bel coraggio rinunciare a un difensore forte, perché non ci sta a far parte della tua famiglia. Un padre che sa cosa vuole, che indica una mèta e una direzione per raggiungerla. Ma ti spiega anche come percorrere la strada, quali ostacoli potrai incontrare, quali trappole evitare, in quali buche non inciampare.

È bello rivederlo alla fine della partita nelle interviste (il giorno dopo). Ha un sorriso radioso, pienamente soddisfatto di quello che hanno fatto “i suoi figli”, al punto da arrivare alla fine dell’intervista e di non ricordare quello che ha appena detto. Ha saltato, ballato dentro lo spogliatoio con i suoi ragazzi. Dev’essere stato un momento straordinario dentro quello stanzone. Una di quelle feste meravigliose “in famiglia”, riservate ai pochi intimi con cui sai di avere appena compiuto un’impresa storica.

Solo un padre è rimasto nel silenzio della sua casa. Non ha potuto essere presente, o semplicemente ha scelto di non esserci, perché sapeva che in ogni caso avrebbe pianto. Forse gli vengono in mente quelle parole degli Stadio (ma guarda tu, il destino…): “e mi dirai che un padre non deve piangere mai”. Ma solo un idiota (o un iceberg) non piange in queste situazioni. Lo fa con pudore, in silenzio, possibilmente senza che gli altri lo sappiano. Mercoledì sera sono sicuro che tutti abbiamo pianto. Anche lui, il Presidente, padre di questa meravigliosa squadra, che ci ha raccomandato tante volte di “fare i bravi”, proprio come un papà qualsiasi, ha gioito con soddisfazione di quello che hanno fatto i suoi figli.

Penso al mio papà mentre piango. Non era appassionato di calcio. Ma mi voleva un bene dell’anima.

Dopo esserci chiesti più volte se gli amici ucraini volessero farci surgelare allo stadio, forse con il desiderio di suggellare per sempre un’impresa storica, ritroviamo finalmente il calore amico del pullman. Basta un mezzo catorcio per raccontarci la gioia di avere assistito a qualcosa che potremo raccontare negli anni a venire. Qualcuno che all’andata aveva tentato di attribuirmi super poteri che avrebbero potuto influire sul risultato finale (in cambio magari di super maledizioni se fosse andata male…) mi dice semplicemente: “Don, se ci prometti che domenica parli dell’Atalanta veniamo a messa al tuo paese”. Sono pronto a mantenere la promessa.

Delirio in aeroporto per l’arrivo dei nostri eroi. E mi ritrovo seduto di nuovo al mio posto per il viaggio di ritorno. Diego mi si avvicina e mi dice: “Tè don, che storia! Adèss gò de durmì però”. Santa Lucia è vicina e i suoi due bimbi lo aspettano a casa con emozione. Mi confessa che quest’anno la Santa Lucia è veramente speciale: alle 9.30 deve accompagnare in ospedale la moglie in ospedale. Ecografia. Terzo figlio in arrivo. Un maschio. Che bella storia essere padri!

Nessuno lo avrebbe detto. In aereo il silenzio cala quasi subito. La notte ci avvolge tutti in un sonno felice e ristoratore. Le tre ore di volo passano in fretta. Scesi dal bus, qualcuno si avvia di corsa su per le scale per evitare la coda al controllo passaporti. Io la prendo con calma, consapevole che siamo quasi alla fine della storia. Sono tra gli ultimi del gruppo, mi volto e come per magia me lo ritrovo davanti, il papà del Gollo: “Ringrazia Pierluigi”, sono le uniche parole che riesco a dirgli. E mi immagino cosa passi nel cuore di questo padre.

In pullman non dorme nessuno. Video, messaggi, fotografie, sfottò. “È lombarda. Fa la Champions. Ha la maglia nerazzurra. Gioca a San Siro. E non è l’Inter!”. “Se devo mettere un euro… Gol! È così Beppe”. Felici come bambini. Arriviamo a Bergamo in un lampo. La neve che non abbiamo incontrato a Kharkiv (per fortuna!) sta imbiancando la nostra meravigliosa città. Barcellona, PSG, Bayern, Liverpool, Siviglia, Lipsia? Ci penseremo lunedì!

Alle 20.15 la chiesa è stracolma di bambini. Sono qui per ricevere il regalo di Santa Lucia. E ci sono ancora tanti padri, che con me ridono sotto i baffi. In tanti avrebbero voluto essere al mio posto. Sanno dell’emozione che avvolge i loro piccoli, disposti forse per una sera ad andare a letto presto, senza fare troppe storie. Pronti a godere, la mattina dopo, l’esperienza meravigliosa di quei sorrisi increduli sui volti dei loro bambini. Che bella storia essere padri.

Con il cuore io sono ancora là, su quel seggiolino azzurro. Santa Lucia è arrivata il giorno prima a Kharkiv. Per fortuna i regali non li riceviamo solo quando ce li meritiamo. Ma semplicemente perché qualcuno ci vuole bene.

Che bello essere preti.

Grazie Atalanta!

 

Don Luca – ol_pret

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