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SEDICI DI AGOSTO

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Il sedici di agosto non è un bel giorno per tirare su baracca e burattini, senza salutare, per andare nel Paradiso degli eroi.

Uno come Felice Gimondi non dovrebbe morire il sedici di agosto. Forse, non dovrebbe morire mai, uno come Felice Gimondi.

Ero da Charo il sedici di agosto. La stavo aiutando con il nuovo armadio comprato a rate.

“Lo conosci? Dicono che era un campione.”

Pablo aveva letto la notizia su internet. Avendo visto che era di Bergamo e che era legato all’Atalanta, mi aveva messo davanti il tablet.

Fu come una sassata sul vetro.

Qui, nella terra di Indurain, chiunque aveva più di cinquant’anni sapeva chi fosse Felice Gimondi.

Terminai di malavoglia quello che stavo facendo.

Charo è una donna eccezionale. Aveva capito che la notizia mi aveva tagliato in due l’anima e non aveva insistito per trattenermi a cena.

Una camminata lungo Calle Estafeta fino alla Plaza de Toros, per digerire la malinconia che mi aveva attanagliato lo stomaco.

Non potevo tornare a casa.

El Tio non mi aspettava. Era appisolato sulla panca di fuori, con il cane Ernesto appollaiato ai suoi piedi. Si stavano godendo il tepore di un tramonto tiepido dell’estate ai piedi dei Pirenei.

Sentendomi arrivare, aveva inarcato le sopracciglia. Aveva inteso che portavo una mala notizia.

“Se n’è andato Gimondi.”

“Il sedici agosto?”

Gli riuscì solo quella domanda stupida.

Si era piegato in due.

Lui conosceva bene Miguel Indurain, il contadino, il papà di Miguel il Pentacampeon. Frequentavano gli stessi bar e a volte il contadino andava a vedere le partite, quando El Tio faceva ancora lo stopper sui campetti di terra, in giro per la provincia.

El Tio aveva visto quei due ragazzotti, Miguel e Prudencio, scorrazzare in bicicletta su e giù per le vie di Villava.

E quando Miguel cominciava a far parlare di sé, El Tio silenziosamente si augurava che potesse fare una carriera come quella di Gimondi.

Costruita sulla fatica e sulla forza di volontà, come quella di Gimondi. Si augurava che fosse prima uomo che campione, come Gimondi. Di essere silenzioso, ma caparbio, come Gimondi. Di pedalare prima con la testa e poi con le gambe, come Gimondi. Di diventare un campione perbene, come Gimondi. Di tornare ad essere un uomo come gli altri, una volta terminata la carriera, proprio come Gimondi.

E, come Gimondi, di non dimenticare mai da dove si era partiti.

Entrai in casa. El Tio e il cane Ernesto rimasero fuori, El Tio sulla panca, il cane ai suoi piedi.

Dalla cantina presi una bottiglia di rosso della Ribeira del Duero e due bicchieri ed uscii con loro.

Aveva gli occhi lucidi El Tio, mentre mi parlava di Gimondi. Ma non mi raccontava delle sue imprese sportive.

Mi parlava di quando l’aveva visto l’ultima volta in televisione, in un documentario di ciclismo. Una intervista di pochi anni fa, quando le luci delle telecamere erano andate a stanarlo nella sua valle, appena al di là di Bergamo.

Mi raccontava delle sue rughe, che erano il marchio delle sue mille fatiche. Dei suoi capelli ancora folti, spruzzati di bianco, come i mille passi che aveva valicato.

E il nasone, deciso e sincero, in mezzo agli zigomi evidenti, come una vetta dolomitica in mezzo alle volate delle tappe dei Grandi Giri vinti.

E gli piaceva sentirlo parlare.

Anche se non capiva molto l’italiano, al Tio piaceva ascoltare quell’inflessione paesana, quella cantilena della gente semplice.

Aveva gli occhi umidi, El Tio.

Alzò il calice.

“Non si muore il sedici di agosto.”

Disse, mentre guardava l’ultimo sole attraverso il colore purpureo del vino.

 

 

Rodrigo Dìaz

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