06-01-2019 04:44 / 4 c.

Ci sono un paio di strade sterrate che scendono dalla cascina del Tio. Una porta verso la via principale, che collega la periferia con il centro di Villava, l’altra porta nel bosco.

Ero andato da lui per vedere la partita. Perché non ce la facevo a vederla da solo, nonostante la solitudine sia la mia compagna più fedele e quasi sempre disponibile ogni volta che la cerco.

Una vecchia canzone di un cantautore italiano dice: “non si è soli quando un altro ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto”.

Da tempo non mi facevo più sentire da Charo. E nemmeno lei mi cercava. E forse per questo motivo mi risuonava in testa quel ritornello. Forse, da Charo non ero mai realmente arrivato, così la mia presenza da lei era soltanto un allungamento dell’agonia della sua solitudine.

E il rimorso per la solitudine procurata rendeva insopportabile la mia, nonostante alla solitudine abbia lasciato in custodia i miei segreti, i miei sogni e la mia stessa vita.

Ma a Natale, la solitudine si fa sentire in maniera più sincera.

Non me la sentivo di guardare la partita da solo e il Tio era il mio unico porto sicuro.

Una bottiglia di Marina Alta, tortas de txantxigorri e una bottiglia di pacharàn per tirare fino alla fine della partita. Dall’esito incerto, non fosse altro che per la lunga storia senza vittorie.

Ci sono un paio di strade sterrate che scendono dalla cascina del Tio.

Avevo preso la seconda, dopo la partita.

Quella che porta fin dentro al bosco.

Il Tio non era venuto con me. La polmonite era sempre lì in agguato, pronta a ricadergli addosso. Faceva freddo e non se la sentiva. Però ci era venuto il suo cane. Ernesto.

Ci sono due cose che non ti abbandonano mai. Il tuo cane e la tua squadra del cuore. Qualsiasi sia la gioia o la vigliaccata che ti riserva il destino.

Non ho un cane, ma Ernesto è come un cugino. El Tio ormai non passeggia più come una volta, allora ogni tanto me lo porto con me.

Come ho fatto quel tardo pomeriggio di Santo Stefano, dopo la partita. A passeggiare nel bosco per cercare una solitudine che ne scacciasse un’altra.

E mi sono trovato ad assaporare un gusto particolare. Il gusto di avere un laddove che comunque mi aspetta, anche se non ci vado. Che c’è anche se non lo cerco.

Ma soprattutto che si fa trovare quando lo cerco. Il laddove che non scegli, ma che ti sceglie e che non ti leverai mai di dosso, anche se per mille motivi te ne dimentichi.

L’Atalanta è quel laddove. Seppur ogni tifoso dell’Atalanta abbia un giorno zero della sua fede, nessuno sa esattamente perché e come è finito dentro a questo amore incondizionato. Che è come una solitudine condivisa con migliaia di altre solitudini neroazzurre.

Passeggio nel bosco con il cane Ernesto, dopo una vittoria mancata. Con la malinconia di non essere stato là allo stadio, con la malinconia di un amore eterno che sta a millecinquecento chilometri al di là dei Pirenei e ancora di più.

E penso alla partita appena finita. A cosa è stato e a cosa sarebbe potuto essere. Così come stessi scrivendo una lettera d’amore. Un po’ malinconica, ma sincera.

Rientro che è già buio da molto.

El Tio è sulla porta che mi aspetta.

La cena è pronta e c’è da parlare della partita.

Perché, alla fine, si torna sempre là.

 

 

Rodrigo Dìaz



di Staff




  1. pongosbronzo -
     06/01/2019 alle 12:27
    Bellissimo.


  2.  che bello!


  3. Questo è il pezzo migliore che ricordi. Un paio di chicche che anche io mi ripeto spesso:
    l'Atalanta è l'unica cosa che non ti abbandonerà mai e che, nolente o volente, ti aspetterà sempre, sarà sempre lì a riaccoglierti quando tornerai
    Il tifo è un fenomeno collettivo ma la sofferenza è individuale, e quando soffri per amore non ti consola il mal comune


  4. Bentornato, malinconico Rodrigo. Deliziarci più spesso, magari dopo una bella vittoria, la prossima volta. Un caro saluto e buon anno.
     


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