06-03-2019 04:44 / 6 c.

L’avevo chiamato due volte, negli ultimi giorni. Nessuna risposta.

El Tio non mi rispondeva perché conosceva il motivo delle mie chiamate. Ma io speravo lo facesse.

Mi rassegnai ad aspettare che mi richiamasse. Perché l’avrebbe fatto. El Tio è un uomo che conosce i tempi giusti.

Io invece sono un uomo impulsivo. Che attacca la vita, mentre la rifugge.

Per questo vivo da solo in una casa piccola ma intensa di Pamplona. Per questo vivo una relazione da decenni con una donna, madre di due figli lasciatigli in dote da uomini sbagliati, che avrebbe un bisogno disperato di quel marito che io non posso essere.

Per questo vivo una professione che mi spinge senza meta in giro per l’Europa, anche adesso, che con un click si arriva ovunque.

Per questo mi aggrappo all’amicizia di un vecchio testardo, el Tio, come fosse una madre. La madre.

Per questo tenevo il telefono sempre vicino a me. Perché sapevo che mi avrebbe chiamato.

Lui è differente.

Due squilli. Poi silenzio. Il suo modo di chiedermi di incontrarlo.

Mentre scendevo a Villava, verso la sua cascina, avevo lasciato il finestrino abbassato. Quando sto male dentro, mi faccio accarezzare dall’aria fredda della Navarra, che mi lenisce una parte dei dispiaceri. Ma non quella sera.

La rabbia è un dispiacere cattivo come un cancro. La rabbia è difficile da domare, perché non risponde alle leggi della natura. Semplicemente perché la rabbia nasce da un cancro della natura. Come il cancro di quel mercoledì notte che ha generato la rabbia che avevo dentro.

“Siediti qui.”

Non mi aveva fatto entrare, el Tio.

Ci siamo seduti sulla panca di legno, fuori. Appoggiata al muro della cascina, dove lui è solito sedersi per guardare il bosco. Anche il cane Ernesto si era seduto con noi.

Faceva freddo.

Non parlavamo, perché entrambi sapevamo quale sarebbe stato l’argomento di quella sera.

Aveva preparato due calici di Ramòn Bilbao. Era il modo per parlarci attraverso il silenzio.

Soffriva, El Tio.

Dove io mi consumavo dalla rabbia, lui soffriva.

El Tio è un uomo forte. Con una corazza maturata dagli anni e rosolata dalle cose della vita. Ha un cuore grande, el Tio. Dentro ci sta tutto il mondo.

Ha pianto solo una volta, el Tio. Quando la sorte gli aveva portato via la donna della sua vita. Aveva pianto, perché contro la morte non poteva fare niente.

Ma il quel bicchiere di Ramòn Bilbao si riflettevano gli occhi lucidi di un uomo che sapeva che non ci poteva fare nulla. Lucidi della sofferenza di una rabbia repressa.

“Le bastonate non dovrebbero esserci mai.”

Disse guardandomi.

Avrei voluto esserci anch’io, pensavo, su quel pullman. Per urlare di smetterla. Per ricacciare quella violenza, forte della mia illusione di essere il centro del mondo. Ma non lo dissi al Tio.

Perché el Tio sa di non essere il centro del mondo.

Ma forse è il mondo.

El Tio soffriva perché sapeva che nessuno avrebbe mai rivelato il perché. E soprattutto perché non esiste un perché che giustifichi le bastonate.

“Quand’ero bambino, mio padre mi raccontava di teste aperte da bastonate, durante e dopo la Guerra Civile. E diceva che non ci poteva essere nessuna ragione al mondo per menare bastonate.

Se non c’erano durante una rivoluzione, come ci possono essere ragioni ora?”

Accarezzava Ernesto, el Tio. Forse per dissimulare il tremore della mano, forse per accarezzare tutti quelli che erano stati picchiati.

Ma è grande il cuore del Tio. E quando soffre, soffre per tutti.

Anche per loro. Quelli buoni. Quelli che rischiano la vita tutti i giorni con la divisa.”

El Tio bruciava dentro anche per quelli che non possono urlare ai loro colleghi che sono stati dei vigliacchi. Degli ignobili. Che hanno infangato anche la loro divisa.

Perché el Tio il mondo lo conosce. E sa che molti non potranno farlo.

“Ora vai, che è tardi.”

Compresi che voleva stare solo.

Mentre lasciavo la cascina, nello scuro della sera navarra, dal retrovisore vidi che el Tio non rientrava in casa.

Lui ed Ernesto s’infilarono nel bosco. Per camminare sotto un cielo senza luna. Per esorcizzare la sofferenza del non poterci fare nulla.

Nemmeno io avevo preso la via di casa.

Ero salito fino a Roncisvalle.

Era buio.

Tutto chiuso. Anche la Posada de Roncesvalles.

Fuori, solo due tavolini e qualche sedia.

Lascai l’auto e presi a camminare.

Dentro al buio inumidito dalla tenera nebbia navarra.

 

 

 

Rodrigo Dìaz

 



di Staff




  1. La penna , lo stile inconfondibile di Rodrigo Diaz, ormai lo conosciamo , unico nel trasmettere emozioni e di trasportarti  la mente nella fredda Navarra , 
    Un valore aggiunto per questo forum,  grazie x le splendide parentesi di vita vissuta che ci regali .


  2. Sono ripetitivo, ma i tuoi articoli sono sempre bellissimi.


  3. Boccata di ossigeno .
    Meglio la nebbia di Navarra a quella aquitana. Ed a quella.....della stampa italica


  4. Grandissimo pezzo, complimenti Rodrigo!


  5. Complimentoni, in poche righe il racconto di tutto. 


  6. Caspita Rodrigo, leggere i tuoi pezzi è come viverli sulla pelle.... complimenti per i tuoi racconti, chiari, profondi e intensi. Anche qs volta mi sono trovata lì, nella tua solitudine con la stessa rabbia che hai vissuto tu...... e el Tio 


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